“Tartufo Bianco d’Alba” quale nome per identificare il Tuber magnatum Pico.

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Foto Ente Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d'Alba

“Se la Ferrero non avesse difeso la sua Nutella come un marchio registrato avrebbe fatto ben poca strada. Ebbene, Alba col suo tartufo deve fare lo stesso”.

Partono dal prodotto col quale maggiormente si identificano le fortune langarole gli argomenti coi quali l’avvocato Roberto Ponzio riassume la propria contrarietà alle posizioni con cui le istituzioni albesi guardano alla proposta di legge in discussione in Parlamento per aggiornare il quadro normativo in cui si muove questo sempre più importante settore del nostro comparto agricolo e alimentare.

Il tema in qualche modo è noto. Per adeguarsi alla legislazione europea il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha proposto di modificare la legge 752 del 1985, che disciplina la coltivazione e il commercio dei tartufi, eliminando la dicitura “Tartufo Bianco d’Alba” quale nome per identificare il Tuber magnatum Pico“C’è però chi chiede – spiega Ponzio – di mantenere il termine ‘Tartufo d’Alba’ come denominazione ‘commerciale’, da affiancare a quella legale, cosicché tutti i Tuber magnatum Pico di origine italiana potranno fregiarsi di questa denominazione”.

Il riferimento è al testo in discussione da qualche settimana alla Commissione Agricoltura del Senato. Una proposta di legge che ha unificato quelle già presentate in momenti diversi dai senatori cuneesi Giorgio Maria Bergesio (Lega) e Mino Taricco (Pd), e dal collega siciliano Francesco Mollame (M5S). Una misura che, tra le altre cose, prevede appunto che la dicitura “Tartufo Bianco d’Alba” vada invece a riconoscere ogni esemplare di Tuber magnatum Pico raccolto sul tutto il suolo italiano, dalle Langhe all’Umbria, dal Friuli alla Sicilia.

Un errore marchiano, secondo Ponzio, che la materia la conosce bene innanzitutto per ragioni familiari, essendo il noto avvocato figlio dell’omonimo cavaliere della Repubblica che, conosciuto come il “re dei tartufi”, tanto fece nei decenni successivi al secondo Dopoguerra per la promozione in chiave turistica di questa eccellenza del nostro territorio.
Ma la conosce anche per ragioni professionali, avendo peraltro rappresentato il nutrito elenco di enti locali che si sono recentemente battuti nella vittoriosa battaglia condotta contro la minaccia che il nome di un’altra specialità langarola, la Nocciola Tonda Gentile “delle Langhe”, finisse per riconoscere la ‘cultivar’, a prescindere dal luogo della sua coltivazione, e non il prodotto di una zona particolarmente vocata a quella coltura.

“Le pare forse che Treviso non abbia tutelato il suo radicchio – riprende Ponzio –, Bronte il suo pistacchio, Pantelleria il suo cappero, Amalfi il limone, San Daniele il prosciutto, Aosta la fontina, Pachino e San Marzano il pomodoro, Paestum il carciofo. Perché Alba dovrebbe fare lo stesso e ‘regalare’ un brand unico a tutte le località nelle quali in Italia sia possibile cavare dal terreno un tartufo bianco. Cosa che avviene regolarmente a Ceppaloni, in Campania, come nella lucana San Chirico Raparo, a Capizzi, sui monti siciliani dei Nebrodi, come in Sardegna, ad Alaconi e Nurallao. Tutte località che da anni hanno una propria sagra dedicata al tartufo. Da domani tutti potranno vendere Bianco d’Alba e intitolarvi le loro manifestazioni. Per quale ragione un turista curioso di assaggiare il Bianco d’Alba dovrebbe venire a mangiarlo da noi? Verrà raccolto e venduto in tutta Italia… “.

Un dono non dovuto, secondo Ponzio, mentre a noi “nessuno ha mai regalato nienteLa volgarizzazione giuridica cui ci accingiamo a condannare il nostro marchio – continua – ci porterà a perdere quella che finora, in questo ambito, è stata la nostra distintività. ‘Bianco d’Alba’ diventerà un termine generico, perderà la sua univocità, non sarà più possibile distinguere il prodotto dal nome, così come è avvenuto per famosi marchi industriali quali Post-It, Moka, Kleenex, Mocio, Borotalco… . Non credo che questa prospettiva ci debba rendere felici”.

Piuttosto – conclude il legale – “bisogna battersi per impedire la volgarizzazione del nome e perseguire una strada diversa che consenta al nostro territorio di sviluppare politiche di marketing facendo leva sull’autenticità del prodotto, sulla quale bisognerebbe invece lavorare per costruirvi marchi collettivi, Igp e Dop. Il Piemonte con Alba partirebbe avvantaggiato e si potrebbe pensare a un percorso insieme alla Regione. In Italia molte realtà hanno tutelato le proprie eccellenze muovendosi in questa direzione. Nel 2018 l’Ufficio Brevetti e Marchi si contavano qualcosa come 167 alimenti registrati come Dop e come 126 come Igp, senza contare il vino, che conta circa 400 Dop e oltre 100 Igp”.  

ANTONIO DEGIACOMI (CENTRO STUDI TARTUFO): “SITUAZIONE E’ QUESTA DA MEZZO SECOLO, SE NE LAMENTANO GLI ALTRI”

Rilievi che per nulla convincono Antonio Degiacomi, che dall’aprile 2015 segue da vicino il tema della legislazione e della promozione del Bianco d’Alba nella sua veste di presidente del Centro Nazionale Studi Tartufo di Alba.

“Ciascuno ovviamente può avere la propria opinione su quale possa essere la migliore valorizzazione del tartufo – premette l’ex presidente dell’Ente Fiera albese –. Non bisogna però presentare come una possibile dannosa novità quella che è una situazione presente da cinquant’anni. La denominazione ‘Bianco d’Alba’ quale nome comune della specie Tuber magnatum Pico, è stata adottata in Italia con la legge 568 del 1970 e ribadita con la legge 752 del 1985. In questi cinquant’anni il nostro tartufo, la nostra Fiera, la nostra ristorazione, il nostro turismo sono cresciuti in notorietà e reputazione grazie alle iniziative, facendo da esempio e da traino a tutte le zone tartufigene”.

Il presidente del Centro Studi rileva poi come finora la battaglia contro l’uso del nome Bianco d’Alba come nome comune del Tuber magnatum Pico era venuta da altre aree del Paese, che consideravano la presenza dei nomi comuni nella legge (Alba e Acqualagna per il bianco, Norcia e Spoleto per il nero), nomi che riflettono la storia della valorizzazione del tartufo, come un ostacolo a un loro marketing territoriale. In realtà la reputazione di un’area si afferma se, insieme a un buon prodotto, ci sono professionalità commerciale, gastronomica, promozionale, e qualcosa nell’Albese e in Piemonte in questo senso si è fatto“.

E continua richiamando quanto sostenuto nei giorni scorsi dal senatore Perosino, intervenuto nella diatriba “affermando che una norma che c’è da cinquant’anni, se confermata produrrebbe, nientemeno che ‘un vulnus al valore ambientale, turistico, enogastronomico di Alba’. L’obiezione del senatore si rifà alla recente battaglia riguardante la nocciola, che ha ottenuto di cambiare il nome della specie “tonda gentile delle Langhe”impedendo quindi l’uso del toponimo Langhe al di fuori dell’area e mirando al raggiungimento di una Igp. Ma quando si parla di tartufo bianco dovremmo tutti ricordare che si parla di un prodotto che non è ottenuto da un proprietario con la coltivazione sui propri terreni, ma deriva in larga parte dalla libera cerca sotto alberi singoli o lungo file e in boschi in cui solo alcuni alberi lo producono. Se ci fosse la libera raccolta del nebbiolo o delle nocciole da esemplari arborei sparsi sul territorio non sarebbe semplice produrre dei disciplinari di origine. Inoltre i caratteri morfologici, i marcatori molecolari, l’analisi dei terreni non hanno consentito finora una sicura identificazione della provenienza geografica e peraltro la effettiva tracciabilità fiscale sta muovendo i primi faticosi passi. Per questo ci siamo concentrati da vent’anni sul garantire in primo luogo nelle fiere e mercati, oltre alla provenienza dichiarata da chi vende, la qualità attraverso l’analisi sensoriale“.

Quanto ai marchi collettivi geografici – conclude Antonio Degiacomi – sono regolamentati dal decreto legislativo 30 del 10 febbraio 2005, nei limiti di quanto previsto dal Regolamento 1151/2012 dell’Unione Europea. Da vari anni esiste un marchio collettivo geografico, il “Tartufo Nero di Fragno – Terre classiche”proprietà del Comune di Calestano, in provincia di Parma, dato in convenzione a un Consorzio con un disciplinare che ne regola la raccolta e la commercializzazione. Finora se ne sono accorti in pochi. Inoltre pare di rilevare una contraddizione tra una Dop o una Igp legata necessariamente alla certificazione di un’origine e la libera cerca“.

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